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giovedì 17 febbraio 2011

Nielsen: quando i numeri si fanno esperienza

Pensavo al concetto freudiano di libera associazione.
Probabilmente se chiediamo al nostro vicino di ufficio, che è nella markeing Direction come PM indiscusso da almeno 20 anni, non è difficile immaginare quale possa essere il flusso generato dall'input "Nielsen".

Si rincorrono, si inseguono, si intergenerano. "Nielsen-dati-concorrenza-quota-mercato-relativa-benchmark-IMS-obiettivo-numeri-numeri-numeri!". Se il PM ha una laurea in scienze della comunicazione ricorderà anche il concetto di "joint industry committee" e da lì "Auditel-Audiradio-GRPs-Tabelllare-numeri-numeri-nuemri". L'elemento comune è il valore quantitativo che normalmente si associa a questa parola.
Figuriamoci per te, che ti occupi di product managment da quando ancora appartenevi a quel ramo lontano della rete commerciale.

Ma prova a spostarti. Cambia piano, inoltrati nei meandri lontani di quel ramo di azienda a te sconsciuta. E' proprio lì, nell'ufficio a 7 piani al di sotto del tuo. Quello strano e bizzarro ufficio, coloratissimo, con le pareti tappezzate di stampe, poster, volantini. Nessuna foto dei figli, nessuna foto di matrimonio: solo stampe, frasi in inglese, lavagna scarabocchiata con strane riproduzioni di pagine web.
Già, proprio quel paradiso terrestre noto con il nome di "ufficio del web designer". WOW.... Chi l'avrebbe detto. Tu, che pensavi che al suo interno si giocasse e basta... I disegni, gli scarabocchi, i brainstorming senza flow chart o metaplan. Il tuo stupore potrebbe acuirsi e raggiungere veramente livelli inauditi e inimmaginabili scoprendo che in quell'ufficio la parola "Nielsen" subisce un'ontologica e radicale trasformazione fino a farsi "qualitativa".

Il primo step però lo fai sbirciando qui:

Lui si chiama Jakob, Jakob Nielsen (pensa un po') e di utti è l'unico, indiscusso, vero e inimitabile guru inventore di uno di quegli obiettivi che ogni web master, developer, architect, copy, SEM, ONLINE BLABLABLA expert ha tra i suoi must objectives, ovvero  la web usability.
Non si tratta di un concetto particolarmente difficile. Solo diffida dai socio, psico, semio esperti che proveranno a darti definizioni estremamente complesse di questo concetto. Non fraintendermi. Anche in questo caso le loro definizioni saranno quasi sicuramente corrette, ma l'essenza concreta di questa parola sta nelle semplici "Don't make me think" di Steve Krug, altrimenti parafrasate con "non obbligare/permettere" (ecco perchè non "let"  e non "get", ma semplicemente "make") al tuo utente di pensare.

Pensare significa che chi è ora sul tuo sito è costretto a chiedersi "cosa?, dove?, come ho fatto?" ma soprattutto "e adesso?" e tutto questo non deve succedere.
Perchè? Perchè, lato user, le pagine si moltiplicano, i contenuti, i servizi e più in generale l'offerta cresce progressivamente a velocità esponenziale e la selezione naturale (lato impresa, ovvero, sito, ovvero tu che mi leggi adesso) si gioca anche sulla risorsa "tempo", ovvero quanto velocemente il tuo cliente trova ciò he sta cercando, porta a termine ciò per cui è venuto da te o soddisfa il suo bisogno. In termini di user experience o web usability "porta atermine il suo compito". L'ISO la riasusme con "l'efficacia, l'efficienza e la soddisfazoipne con cui determinati utenti portano a termine i loro ocmpiti in determinati contesti".

Pensare però significa anche perdere tempo, significa non trvare ciò che si sa cercando, non portare a termine il proprio compito, non soddisfare il proprio bisogno.
Cosa fare allora per permettere all'utente di non pensare? Prima di tutto capire come ragiona, si muove, naviga o cerca quando naviga. Considerarne il contesto, il tipo di mezzo.
Diversi i modi per farlo.

Focus group, A / B test, eye-tracking analysis sono solo degl esempi
L'eye tracking è diventato famoso grazie a Enquiro e alla sua prima ricerca sulle modalità di letture delle SERP da parte degli utenti Google.   Era il lontano 2007. Nell'ufficio del web designer queste cose sanno di stantio, di vecchio e di superato. Da un punto di vista strettamente tecnico è vero, ma è il mindset che deve rimanere lo stesso.


Capire che ciò che per te è bellissimo, è logico, è chiaro forse può non esserlo per il tuo utente. E questo è vero in termine di struttura, di architettura, di labeling e di wording. Ciò che per te è semplice forse non lo è  per chi ti legge. Cosa fare allora, oltre ai test per capire ciò che non funziona?


Considerare queste macroaree di intervento:
- La struttura del sito: navigazione ad albero gerarchica o navigaizone a faccette (alla stessa pagina corrispondono più categorizzazioni e quindi magigori modi per arrivarci)?

- Navigazione: ricorda sempre le 3 domande "Dove sono? Dove posso andare? E dove sono stato?"

- La struttura della pagina: la web usability classica considera l'AGC (area grafica costante) la parte in altro a sinistra della pagina. Ma è ancora così? O meglio... è smepre così? No. Altri elementi hanno altrettamnto peso, come gli elementi grafici, i colori, i box, le aree di accesso ad aree riservate.  E' fondamentale ragionare su tutti questi elementi e capire se effettivamnte ci sia una corrispondenza ta obiettivi del sito e struttura.

- Il testo: labels e keywords sono le stesse di quelle che cerca l'utente? Google adwords external tool è un ottimo modo per capire quali sono le parole che gli utenti cercano. Il tuo tool di analytics di aiuta a capire quelle che hanno generato più traffico e quelle che hanno convertito maggiormente. Se c'è incoerenza tra keywords che hanno generato magior traffico e conversion rate rispetto a tuoi obiettivi per quelle specifiche keywords significa che testo, grafica e navigazione vanno rivisti (Nielsen.numeri: il binomio qui ritorna)


- La grafica: i colori delle sezioni sono coerenti? la grafica rispecchia il tuo brand o genera confusione?


Se ti stai chiedendo come può il sito di Nilelsen essere coerente con questo ultimo punto, qui trovi la risposta:

http://www.useit.com/about/nographics.html

Ma tante parole non servono a nulla. La cosa importante è ricordare le
10 regole della web usability


E se proprio non puoi prevenire gli errori, bussa alla porta di quell'ufficio tanto simpatico e fai vedere che anche tu sai come trasformare gli errori in qualcosa di piacevole e divertente... parola di Mashable

giovedì 10 febbraio 2011

Il banchmarking online: come, quando e perché

Mattina. Ore 9.
Sei in perfetto orario come ogni mattina. Il tuo completo Armani ti rende tanto orgoglioso di te stesso. Sei bellissimo e profumatissimo con il dopobarba nuovo. Darai un aumento alla tua segretaria che è stata così efficiente. Così arrivi, ti siedi alla tua scrivania e ti gusti soddisfatto il profumo di caffè caldo caldo. Lo assapori poco alla volta, lo sorseggi e guardi distrattamente il documento adagiato proprio di fronte alla tastiera del PC. Lo prendi tra le mani e inizi a sfogliarlo…
Mattina. Ore 8.
Sei in ritardo come ogni mattina e urli contro la tua stramaledetta sveglia che non ha squillato. Azzz… OK. Calma. Sono solo 5 fermate di metro, 7 di autobus, 2 di tram e 10 minuti a piedi, 5 se fatti di corsa. Quindi… ce la puoi fare. E così è. Ti prepari in 5 minuti, esci con il saccottino ancora in bocca, 6 piani di corsa e dopo 30 secondi sei in strada, ma… No “Porca Ppppprrrr!!!!” Il documento per il tuo capo è rimasto sul tavolo-scrivania del tuo monolocale. Così rientri in casa, altri 6 piani. Il tuo portinaio ti guarda in cagnesco perché sua moglie ha appena pulito le scale, ma tu non demordi, le fai di corsa, recuperi il documento e… metro, autobus, tram, nuova corsa… Alle 8.45 sei nell’ufficio del tuo capo dove posi con soddisfazione quel documento che hai preparato durante la notte. A che serve dormire, quando hai un brillante futuro davanti a te?
Ore 9:01
Continui a sfogliare, ma a pagina 10 storci il naso, lo arricci. Se gestite la catena di centri fitness e benessere più famosa della città, perché vi dovrebbe interessare il posizionamento online dei principali ristoranti fusion della città stessa?
Non sono certo tuoi competitor. Ottima osservazione. O forse sì? Diciamo che non sono tuoi competitor diretti, ma lo potrebbero diventare. Come fare per capirlo?
Allora ti fermi e rifletti per un attimo su questi elementi:

  1. Corporate brand e mission. Cosa? Si sa che quelli servono solo per fare un po’ di marketing esperienziale che ancora resiste all’usura del nuovo decennio… ma è come la passione per il sushi: prima o poi scomparirà del tutto.
Premesso che la passione del sushi sta a un manager quale sei tu come l’ambrosia sta a Zeus, corporate brand e mission in realtà servono più che a stimolare un po' del tanto sospirato engagement. Non solo da un punto di vista organizzativo -  e chi meglio del tuo comodino che sotto il Kotler, la bibbia, un’edizione bigina di sun tzu e l’ultimo libro di Ken Follett nasconde anche un raro esemplare, rilegato in pelle umana, del Daft con il suo Organisation design – ma, incredibile a dirsi, anche il marketing ne potrebbe trarre un’illuminante ispirazione.
La sua utilità consiste proprio in quel concetto che a te e ai tuoi 1230 action plan e business case (di cui 1228 mai finalizzati) sta tanto caro: lo “scope”. Difficile darne una definizione precisa, ma tu sai di cosa si tratta. Ovviamente anche considerando questo concetto, è alquanto improbabile che il ristorante fusion decida di aprire una sala attrezzi con angolo sauna nella sua ex sala fumatori - anche se non è del tutto impossibile e una bella analisi dello scenario online ti potrebbe aiutare a capire se esiste veramente - ma il suo sito web o le iniziative online che sta facendo potrebbero offrirti degli spunti interessanti. Dopo tutto la vostra mission è la stessa e si traduce in una sola parola: "benessere". O meglio "Il benessere, la salute e la forma fisica dei vostri clienti."
Potresti così scoprire che il tool per il calcolo delle calorie pubblicato nell'area servizi del sito del ristorante fusion/vegetariano è completato da un APP irresistibile, che permette a ogni iphone addicted (esemplare di cliente che che i ristoranti di qualsiasi città del mondo vorrebbero in quanto incapace di rinunciare al fascino irresistibile dell'inutile e del superfluo) non solo di calcolare le calorie contenute nei diversi alimenti, ma anche di scoprie quante calorie possano essere consumate grazie all'attività fisica.
Attività fisica=Palestra = Tu e la tua catena di centri fitness/benessere

Questa bizzarra equazione ti catapulta immediatamente al punto successivo.

2. Un tuo potenziale concorrente potrebbe presto diventare un tuo potenziale partner.

Il ristornate fusion potrebbe certo aiutari a trovare nuovi clienti. Come? Ad esempio con una campagna mobile ad hoc (sia adv che adwords) che potrebbe esserti di grande aiuto non solo per essere "trovato" dall'utente di cui sopra, ma anche per aprirti nuovi canali in termini di digital PR.
In questo modo, infatti, non ti limiti a sfruttare il benchamrking online per aprirti nuovi canali e arrivare a nuovi target, ma ti impegni a capire che un tuo apparente competitor online, che è anche un provider di servizi e contenuti assimilabili o sovrapponibili a quelli che potresti offrire tu, potrebbe diventare un tuo partner o sponsor attraverso accordi ad hoc.

Oltre che sfruttare ciò apprendi dall'online per dare il via a tutta una serie di  iniziative di joint o partneriship da concretizzare nell'offline, fare digital PR significa anche riconoscere e fissare un nuovo importante obiettivo per la tua attività online: quello della Link popularity.
Anche di questo punto è necessario parlare in maniera più approfondita in un altro momento. Ciò che è imprtante sottolineare fin da subio è che senza un'analisi e una definizione del tuo market potential online non è possibile capire come trasformare una minaccia in un'opprtunità (e già, senza SWOT per te non c'è benchmarking ;p):


3. Un competitor rimane anche un competitor
E' vero, abbiamo appena dimostrato come trasformare un competitor in un potenziale partner attraverso il benchmarking online è una chiave di successo: perchè allora il punto numero 3?

Per dare autonomia a un concetto che al punto 2 compare cme secondario, ma che è molto importante!
Ogni informazione, contenuto servizio o fornito da altri è un bisogno non soddisfatto da te e viceversa. Non dimenticare di osservare cosa fanno gli altri: solo così trasformi quel che ho detto in positivo ed è il tuo brand a fare la diferenza rispetto a quello degli altri.

Notte precedente. Ore 4:15
Guardi e riguardi soddisfatt il tuo report. Sei soddisfatto. Molto. Così non puoi sbagliare. Ricontrolli e vedi che c'è tutto.

1. Posizionamento dei dei competitor diretti, da fonti Nielsen (Audiweb/Netview)
Così il tuo capo vedrà che le cose non sono esattamente come vi immaginavate.

2. Analisi SERP sulla base delle keywords vostre e dei brand competitor

3. Ri-analisi Nielsen dei nuovi competitor che non ti immaginavi

4. Analisi SWOT dei punti di forza e di debolezza di tutte le attività on line fatte dal tuo brand e da tutti i competitor (diretti, potenziali e online) di cui hai parlato.

Sarà stato metodico, ma ci sono i numeri, ci sono le fonti e c'è una SWOT.

Ore 10:00
... Sul seguito dipende.... Il finale è a scelta :-p

giovedì 13 gennaio 2011

Perché il digitale è così importante? Come convincere il San Tommaso che è in te (o nel tuo vicino di ufficio)

Dover convincere chi conta che investire sul web è davvero importante è uno dei tuoi obiettivi di quest’anno. O perché qualcuno sopra di te dice che lo devi fare, o semplicemente perché ti ritrovi nell’area web/digital di un’azienda e devi convincere chi decide del tuo budget della necessità di investire nell’online. Come?

Il primo passo è convincere te stesso. Per prima cosa evitando 1 o più delle seguenti motivazioni:


   1. “Se analogico è sinonimo di infinito e di non misurabile, il digitale è misurabile per definizione”: verissimo, ma questa frase convincerebbe il tuo marketing manager a investire il 20% del budget di quest’anno in attività digitali? NO!

   2. “Tutti i miei competitor investono in digitale, lo devo fare anche io”. Vero, ma in parte. Hai mai fatto un benchmarking analitico e reale di quelli che sono gli investimenti on line dei tuoi competitor? Quale ritorno effettivo hanno? Quale strategia hanno scelto? E soprattutto non dimenticare Porter. Ti può aiutare a capire quali siano competitor che non considereresti mai o i potenziali entranti nel tuo mercato online.

   3. “L’agenzia di comunicazione/marketing/PR con cui la mia azienda lavora da sempre è la migliore nel below the line, quindi mi farà fare un sacco di soldi anche con il web”: aaaarg! Gravissimo errore! Forse il peggiore che tu possa compiere. Come fare per capire se il tuo account di fiducia sta cercando di venderti fuffa? Ci sono moltissimi modi, di cui sarebbe meglio parlare in modo molto approfondito, ma non ora. Quel che importa adesso è non fidarsi cecamente, neanche, anzi, soprattutto delle agenzie di pubblicità con moltissima esperienza nell’off line e poca o nulla, nell’on line.

   4. Internet richiama alla tua memoria il lontano concetto di New Economy, da cui partorisci con illuminante genio l’aberrante sillogismo:

Maior:  Web, onLine, internet = free
Minor:  free = gratis
Ergo:  Web, online, internet = gratis

Nulla di più falso! Gli investimenti online permettono grossi vantaggi di in termini di savings e ottimi risultati sul lungo termine, ma solo se le strategie sono coerenti con il sistema di analisi e di monitoraggio sia interno, che di mercato che di scenario on line. Analisi, strategie, piani tattici e azioni hanno un costo. Spesso richiedono processi riorganizzativi lunghi, non kaizen ma BTR, di radicale riassetto dei processi aziendali e in molti casi di integrazione tra CRM tradizionale e online.

Tutti questi aspetti meritano doverosi approfondimenti, ma ciò che conta inizialmente è capire e far capire che non esiste R senza I. E in questo non c’è grande differenza dal marketing tradizionale.
La differenza è che, qui si vale il punto 1, è molto più  semplice misurare i risultati quando ogni azione di ogni singolo cliente può essere tracciata e misurata.

Vedi Sky vs Mediaset Premium


Ovviamente se ti occupi di digitale da almeno 5 anni, se ci hai fatto almeno una tesi, se per te il venerdì è prima di tutto #ff, tutte queste cose sono solo ovvietà.

Ma riuscire a convincere chi potrebbe convincere qualcuno che conta dell’importanza del tuo lavoro potrebbe essere utile, noh? Ecco subito una probabile applicazione della teoria del terzo grado di separazione alla Jeff Weiner: tu convinci il tuo capo che convince la sua conoscenza diretta che può influenzare chi deciderà il tuo budget del prossimo semestre.
Il secondo passo allora coincide con l’abbandonare argomentazioni false o troppo generiche e utilizzare argomentazioni per lui davvero convincenti. Come sceglierle? Seguendo alcuni semplici accorgimenti.


   1. Primo punto: usa i numeri.
Numero di utenti internet, durata media, cluster demografici ecc…
Quali strumenti?

    * Ricerche di MKT quantitative
    * Piattaforme joint industry committee (Audiweb/Nielsen)
    * Google tool per il conteggio della domanda sui motori di ricerca (ex. Google external toot o Google AdPLanner)
    * Piattaforme di buzz monitoring


   2. Case histories, case histories, case histories: Internet funziona davvero!
Casi di studio di aziende analoghe o totalmente diverse non sono solo un ottimo modo per dimostrare che Internet funziona, ma anche un ottimo spuneto per stimolare idee che altrimenti non potremmo mai avere.


   3. Terzo punto: scopri i vantaggi delle ricerche etnografiche
Negli anni Ottanta alcuni vecchi tuttologi si radunano attorno a una tavolo per inventare una nuova corrente di analisi socioculturale o semiologia (dipende dai punti di vista) chiamata Cultural Studies. Ovviamente non è andata esattamente così, non si erano radunati, non c’era nessun tavolo, ma leggende non troppo metropolitane sostengono che uno di loro abbia addirittura avuto l’illuminazione di fronte alla TV americana in una stanza d’albergo.

Forse non è così importante il come o il chi, ciò che conta è che da allora si legittima una corretta metodologia di analisi che affianca il quantitativo al qualitativo, secondo logiche molto diverse da quelle di un semplice focus group. Un osservatore integrato nel contesto sociale degli osservati condivide le stesse esperienze mediali (tradotto: si siede con la famiglia osservata a guardare la TV) e vive dall’interno le modalità con cui il mezzo (in questo caso la TV) viene fruito.

Anche in questo caso cosa è importante per chi si occupa di marketing: capire non solo quanto, ma anche come e con quali altri media lo spettatore/utente/cliente utilizza internet. Usa più un PC,,naviga da un tablet o controlla facebook mobile mentre guarda un film con la PS3 oppure ancora usa la su TV per navigare in Internet?

Tutti elementi che vanno rigorosamente presi in considerazione per capire quali piani di azione inserire e come integrarli all’interno del marketing mix… Lo vedi che a volte ritornano?

mercoledì 12 gennaio 2011

Tanti target una sola mission: integrare il vecchio con il nuovo

Ti vedo. Sei un middle/top manager che si occupa di marketing da almeno 30 anni. O forse da meno. Da 10? 20? Ti sei laureato in Bocconi quando l’Università era ancora una cosa seria. O forse non ti sei nemmeno laureato, ma fai il tuo lavoro così bene e da tanto tempo che non hai bisogno di qualcuno che ti dica come fare a far soldi.

Per te il piano di marketing è partire da una sintesi, descrivere la situazione attuale, aggiungi una SWOT, definisci degli obiettivi con un'adeguata strategia e altrettanti piani d'azione, fai in modo che il tuo Budget sia una corretta previsione del conto economico e l'aggiunta di controlli per il monitoraggio delle attività rendono definitivamente Kotler tanto, tanto fiero di te.

Tutto andava bene. Tutto era perfetto fino a qundo dal nulla hanno fatto capolino loro...

Eccoli… WEB 2.0, web marketing, digital business, eCRM, SEM, ONLINE adv, Digital PR, Mobile Marketing e all’improvviso senti parlare di Net Promoter Score, di Conversion Rate online, di Bounce Rate, di Engagement Index.

Il ROI non è più solo il rapporto tra risultato operativo e capitale investito netto operativo, ma diventa un KPI che nasce dal'incontro di finanza e marketing tradizionale con internet e su base temporale ormai sempre più a breve termine.
E i GRP's? I cari vecchi GRP's... Sono così semplici da calcolare, ma ora? Che valore reale hanno quando si tratta di investimenti online?

A-I-U-T-O-!!!

Il vero problema, o meglio, quello che tu consideri il vero problema, è che sai benissimo che non potrai mai competere con il famigerato esercito dei nuovi, tanti, troppi, aspiranti guru del web. Preferisci annuire a qualunque loro frase. Sei candidamente convinto che la totale fiducia in ciò che dicono sia il tuo unico mondo possibile. Sbagliato. Anzi, sbagliatissimo!

Su una cosa hai ragione: proprio non puoi competere con loro, ma non è questo il vero problema. Ti svelerò un segreto.

Il vero motivo dell’esistenza del “web guru”, strano esemplare di tizio tuttologo che ti convince che non puoi fare a meno delle sue competenze grazie a una interminabile successione di termini apparentemente incomprensibili, è la presenza di un vuoto di competenze  - a volte troppo esaltate -  tra chi è stato sempre chiamato a decidere delle sorti di un’azienda e chi… non lo ha mai fatto.

Ma allora come imparare a non farsi fregare dall’esercito di guru, consulenti, presunti o veri esperti che sfruttano la tua momentanea “assenza di competenze” per fare un sacco di soldi (i loro)? Semplice! Riempire il vuoto di “assenza di competenze” e acquisire il set minimo di quelle buone abitudini che ti consentiranno di selezionare i veri esperti di tutto ciò che è marketing online, digitale o mobile. 

Non fraintendermi: i reali esperti del web esistono e sono pure tanti. Preparati e in grado di incidere sul business dell’azienda per cui lavori. Ma allora come riconoscerli? Dalla loro capacità di rendere apparentemente semplici concetti che appartengono a un mondo che semplice non è. Come riconoscere un falso esperto? Renderà complesso anche il più banale dei concetti, spacciandolo per la naturale evoluzione della teoria darwiniana.

Ma vedo anche te
. Eccoti, giovane neo, o neanche troppo neo, laureato in materie eco/media/comunicazionali che a un certo punto della sua vita viene catapultato nel doloroso universo aziendale.  

E così hai l’opportunità di  vederlo da vicino: eccolo il non raro esemplare del manager strafottente, quello che questo lavoro lo fa da sempre, che ha esperienza, che conosce il mkt, ma soprattutto…. Quello che ti guarda dall’alto in basso quasi schifato, ti saluta a malapena perché sei talmente presuntuoso da sbattergli sotto il naso un pacchetto di teorie nuove di zecca, sfornate fresche fresche da una facoltà più giovane dell’età del suo ultimo suo figlio.

Ammettiamolo: tu in abiti casual, armato di buoni propositi, in grado di capire che i corsi di aggiornamento sono linfa  per capire un mercato che non è più lo stesso del mese scorso, come puoi competere con lui? Come fargli cambiare idea? L’unico modo è imparare a conoscerlo: lui, il suo linguaggio, il suo modus operandi. Ciò che devi capire è che in fondo non è così diverso da te, solo tche u per lui sei una minaccia. Sei anche tu un potenziale web guru e per quanto ne sa lui, tutto ciò che dici è incomprensibile.

Ridicolizzerà tutto ciò in cui credi, ti dirà che il vero modo per fare contatti è pianificare una campagna TV. La telepromozione in preserata su Canale 5 garantisce risultati, l’esclusiva sulle prossime 3 settimane della prima pagina dell’inserto del Corriere farà fare soldi, lo spot sulla generalista con passaggi pianificati per almeno un mese permetterà il botto. In parte è vero e lo sai, ma tu resisti. Non cedere. 

Non parlargli di Adwords e SEO integrati alle campagne TV, ma apri Googl e cerca il suo prodotto. Lui vedrà che al primo posto c’è il nemico numero 1: proprio quel competitor con Share of Voice di 8 punti % superiore alla sua. Forse non sarebbe male una campagna a pagamento su Google integrata a quella TV. Tu conocsci la differenza tra PPC, PPA e CPM. Ma non dirlo. Non cadere nel terribile tranello del tecnicismo. O almeno non adesso. Limitati a mostrargli ciò che vedrà da solo: il suo prodotto non c’è, ma i suoi competitor sì.
Quale modo migliore per capire i vantaggi dell’ottimizzazione di un sito o di una campagna Adwords? 

Allora inizierà il lungo processo. Sarà lungo e doloroso, forse interminabile, ma quando capirà che la tua presenza è fondamentale per il suo interesse, allora… beh… continuerà a disprezzarti, ma alternerà il disprezzo alla riconoscenza e quei tuoi brevi momenti di gloria saranno indispensabili per tenere duro e ritrovarti fra 20 anni a realizzare il tuo sogno segreto: essere al suo posto per guardare con disprezzo quel suo ultimo figlio laureato e stagista al tuo cospetto ;-).

Insomma, a qualunque tipologia di target tu appartenga, il segreto del successo per sopravvivere è imparare a condividere lo stesso linguaggio. Ci guadagnerete tutti, perché la prima a guadagnarci sarà l’azienda per cui lavorate.